Centocittà

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Il Premio Centocittà, avviato nel 1996 e giunto alla sua quarta edizione, è stato pensato da Renzo Piano come concorso di idee riservato alle Amministrazioni Comunali italiane sul tema del "recupero esemplare di complessi edilizi di proprietà pubblica situati all'interno dei centri storici".

 

Si tratta di una sfida che, con cadenza biennale, la Compagnia lancia a cento diverse Amministrazioni comunali in Italia, per stimolare la progettazione e l'attuazione di operazioni mirate al recupero di aree degradate all'interno dei centri storici. Attraverso il risanamento e la riqualificazione funzionale di un immobile di proprietà pubblica, la Compagnia intende non solo ottenere la conservazione di un pezzo della memoria storica della città, ma innanzitutto mobilitare nuove energie, contributi e risorse per la rivitalizzazione di quartieri aggrediti da processi di degrado.

 

La Compagnia di San Paolo contribuisce al finanziamento del progetto vincitore per la metà dell'importo totale e comunque fino alla concorrenza di euro 1.300.000.
L'investimento previsto deve essere proporzionato alla capacità di spesa e di indebitamento dell'Amministrazione Comunale, che deve garantire la copertura della metà dell'opera non finanziata dal Premio.

 

Il progetto Centocittà si propone pertanto esplicitamente di superare i limiti del consueto intervento di tutela artistico-monumentale a vantaggio di una visione più ampia e multidisciplinare, che chiama in causa non solo l'architetto e l'esperto di urbanistica, ma anche - e con pari dignità - il sociologo, lo storico, lo statistico, il giurista, l'esperto di comunicazione, così come, ovviamente, l'operatore del Terzo Settore.

 

Con questa iniziativa la Compagnia si è posta l'ambizioso obiettivo di creare un effetto di trascinamento capace di indurre numerosi altri soggetti appartenenti ai più disparati settori della società a seguire la via appena tracciata e ad offrire nuovi spunti e contributi in termini di idee, di soluzioni e, naturalmente, di risorse materiali.

 

I centri storici dei Comuni italiani (le "centocittà" che hanno dato il nome al concorso) non rappresentano solo un patrimonio monumentale unico al mondo. Sono anche il più grande documento in nostro possesso su come si progettavano, si edificavano, si vivevano le città nei secoli. Sono un grande affresco sulla cultura materiale, le abitudini, i commerci dei nostri progenitori. Anche nel degrado, conservano le tracce dei mestieri e delle relazioni di chi ci vive e di chi ci ha vissuto.

 

Questa realtà sociale fa parte dei centri storici tanto quanto l'aspetto puramente "minerale" (i muri, i palazzi). Restaurare le pietre e dimenticare le persone significa salvare le apparenze esteriori, ma cancellare l'anima delle città. Per contro, intervenire sui centri storici significa avere il coraggio di non fare solo architettura: occorre infatti rivitalizzare, più ancora che ristrutturare.

 

Allora occorre che l'architetto, l'urbanista e lo scienziato sociale lavorino insieme per riprogettare non solo il luogo fisico, ma anche le funzioni, i modelli di relazione, gli spazi collettivi. Confrontandosi, naturalmente, con i problemi di oggi, non con quelli di una città del quattordicesimo secolo.