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AUDIENCE DEVELOPMENT E INNOVAZIONE CULTURALE

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Fare cultura in Europa: sei storie di innovazione, partecipazione e co-progettazione

18 dicembre 2018 - intervista
Fare cultura in Europa

All'inizio di dicembre, Torino ha ospitato i meeting dei partecipanti a due progetti europei che operano nell'ambito della cooperazione culturale e delle perfoming arts, focalizzati sui processi di partecipazione culturale: Adeste+ e Be SpectACTive!, quest'ultimo alla sua seconda edizione. Gli operatori di 34 organizzazioni provenienti da oltre una dozzina di paesi si sono confrontati sui temi dell'Audience Development, dell'Audience Engagement e della co-progettazione culturale, in un programma culminato nell'evento pubblico Make Culture, Make Europe, mercoledì 5 dicembre al Teatro Gobetti. Open Magazine ha incontrato i referenti di sei organizzazioni di Italia, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca e Spagna, per farsi raccontare qual è lo “stato dell'arte” nella progettazione culturale in Europa: tra affinità e divergenze, curiosità e idee, sfide e ostacoli.

Giuliana Ciancio (project manager freelance) e Luca Ricci (CapoTrave/Kilowatt), capofila del progetto Be SpectACTive!

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Che cos'è CapoTrave/Kilowatt e quando ha iniziato a sviluppare modelli di progettazione culturale “audience oriented”?

L.R.: L'associazione CapoTrave è stata fondata nel 2003 a San Sepolcro, un centro di 16mila abitanti in Toscana. Più o meno tre anni dopo, di fronte a una crisi nel rapporto tra la città, i suoi abitanti e gli eventi culturali, abbiamo provato a sperimentare un meccanismo in cui i cittadini sono stati chiamati a scegliere un pezzo del programma del festival Kilowatt. Tutto è nato in modo estemporaneo, ma in quei primi mercoledì d'inverno – parlando con la cassiera del supermercato, l'operaio, lo studente e gli altri partecipanti – ci siamo resi conto di avere tra le mani un progetto dall'enorme potenziale: i «Visionari». Nel 2012 ho incontrato Giuliana e abbiamo deciso di provare a vedere se anche in Europa esistevano format simili. Abbiamo invitato alcuni progetti a San Sepolcro, ragionando assieme a loro sulle specificità e sulle differenze tra le varie realtà. Partendo sempre da un'idea molto forte di Audience Engagement: dare un ruolo attivo allo spettatore.

Perché è importante questa ridefinizione del ruolo del pubblico e quali sono gli obiettivi della seconda edizione di Be SpectACTive! ?

G.C.: La seconda edizione di Be SpectACTive! si sofferma sull'importanza che le comunità hanno nel definire le politiche culturali: sia nelle pratiche artistiche che nelle tipologie di istituzioni a cui si fa riferimento. Fino a oggi, il progetto era focalizzato sul creare spettatori attivi, che partecipassero alle programmazioni. Lavorando assieme, ci siamo accorti di quanto fosse importante fare in modo che queste comunità innovative potessero anche dialogare tra loro. La nuova parola-chiave è “translocalità”: collegare i differenti contesti comunitari, per limitare anche potenziali autoreferenzialismi. Superare il concetto di stato-nazione è una scelta che impatta sulla produzione artistica: molti nostri progetti si realizzano attraverso residenze, in cui gli artisti nutrono il proprio processo creativo incontrando le comunità e ricevendo feedback su temi relativi alla loro ricerca.

L.R.: Viviamo in un'epoca in cui si è abbassato il livello di partecipazione delle comunità agli eventi di “performing arts”. Le ragioni sono molteplici e comprendono anche le scelte più sperimentali: provocando lo spettatore e alzando l'asticella della sfida, si è spesso creata anche maggiore distanza. Ciò che dobbiamo fare è recuperare il senso di comunità, senza perdere qualità e profondità della proposta artistica: lavorando sui processi e portando più persone ai tavoli dove si prendono le decisioni culturali. Gli spettatori attivi non diventano artisti o attori, ma non sono nemmeno più clienti di un'offerta confezionata: si trasformano in compagni di viaggio.

Qual è un'iniziativa che avete seguito da vicino e ha funzionato particolarmente bene?

L.R.: In generale, tutto il processo dei «Visionari» ha cambiato il nostro rapporto con la città. In 13 anni, oltre 150 abitanti di San Sepolcro hanno partecipato all'esperienza: sono diventati partigiani e ambasciatori di un'attività culturale di cui si sentono parte. Nell'ambito di “Be SpectACTive”, un'iniziativa molto stimolante è stata la residenza di un artista belga che ha prodotto un lavoro sulle differenze tra il calcio dei miliardari e quello di periferia. Ci ha chiesto di incontrare la squadra del San Sepolcro, una dozzina di giocatori hanno trascorso alcuni giorni con lui in teatro, assistendo poi allo spettacolo durante il festival mentre lui è andato a vedere una loro partita. Questo è il valore aggiunto che stiamo cercando: costruire esperienze di interazione con le comunità, che contribuiscano ad ampliare gli orizzonti artistici e a generare nuovi contenuti.

Qual è invece il maggior ostacolo incontrato nel percorso di Be SpectACTive?

G.C.: Il primo scoglio contro cui ci si scontra riguarda la gestione del potere. Inizialmente per molte organizzazioni è difficile accettare l'idea di cederne una parte, attraverso la creazione di spettatori attivi. Spesso ci sono ragioni sociali, culturali, politiche: in alcuni paesi si ha la percezione di dover rinunciare a qualcosa che si è guadagnato dopo anni di faticose battaglie contro l'omologazione culturale. Proprio questi elementi di resistenza però hanno portato a un dialogo molto utile tra i diversi interlocutori, che abbiamo sviluppato attraverso le “Giornate Europee dello Spettatore” e che ha trovato un terreno ideale sui social network, che si sono rivelati una risorsa straordinaria nel mettere le comunità nelle condizioni di parlare tra loro.

Yvona Kreuzmannova (Tanec Praha, Repubblica Ceca)

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Che cos'è Tanec Praha?

Nella lingua ceca, «Tanec» significa «danza». Tanec Praha è una organizzazione non governativa che ho fondato nel 1991, subito dopo la «rivoluzione di velluto», che mira a portare il meglio della danza contemporanea nel mio paese. All'inizio era legata soprattutto a un festival internazionale: poi ne abbiamo aggiunto un altro, focalizzato sulla scena ceca, che ad aprile celebrerà il suo venticinquesimo anniversario. Dal 2001 abbiamo anche un nostro teatro, il Ponec: il primo luogo interamente dedicato alla danza a essere aperto nella Repubblica Ceca.

Quando avete capito che c'era bisogno di cambiare qualcosa nel rapporto con il pubblico?

Dopo l'apertura del Ponec, dove realizziamo oltre duecento eventi all'anno. Praga è una città con una grandissima tradizione culturale, ma non nella danza contemporanea. Per questo abbiamo iniziato a cercare nuovi pubblici. Abbiamo iniziato dai bambini e dalle scuole, che rappresentano letteralmente il futuro, con progetti che prevedono anche corsi tenuti da ballerini professionisti. Quindi ci siamo rivolti ad altri target di pubblico ed è avvenuto l'incontro con Giuliana Ciancio e Luca Ricci. La collaborazione con loro ha introdotto nuovi punti di vista nel mio lavoro.

C'è un progetto di Audience Engagement di cui è particolarmente orgogliosa?

Il primo passo che abbiamo compiuto è stato incoraggiare gli artisti a ripensare il loro processo creativo, includendo il pubblico. In questo ambito, è stata molto interessante l'esperienza del coreografo Michal Záhora, che durante una residenza a Sibiu ha chiesto ai partecipanti di portare la lettera che più ha influenzato la loro vita. È stato un workshop emozionante: sono emerse storie familiari molto belle, anche tristi. Parlavano del rapporto con la Romania, con le proprie radici, con separazioni traumatiche. Alcuni partecipanti sono persino scoppiati a piangere! Le lettere non hanno fatto solo da cornice all'opera realizzata da Záhora: ne sono diventare il centro. Lui era molto grato dell'esperienza ed è stato interessante vedere la naturalezza del coinvolgimento degli spettatori: non c'è stato bisogno di forzare nessuno, tutto è avvenuto in modo spontaneo.

Qualche esperienza che invece non ha funzionato come sperava?

Ho trovato impossibile importare a Praga il modello dei «Visionari» di San Sepolcro. Da noi suona davvero strana l'idea di coinvolgere il pubblico nella programmazione di una stagione. Abbiamo fatto un tentativo, raccogliendo una dozzina di adesioni, ma non è andato a buon fine: dopo pochi incontri, di fronte a discussioni e visioni di spettacoli in video, hanno iniziato tutti a stancarsi. Allora abbiamo introdotto un nuovo concetto, quello di «giuria del pubblico», invitando le persone a vedere dal vivo gli spettacoli, valutarli e selezionarne alcuni per la nostra stagione. Le cose sono andate meglio e c'è stato anche un po' di scandalo sui media, soprattutto nei rapporti con i critici. Nei prossimi mesi cambieremo di nuovo e proveremo a lavorare con due giurie: una formata da giovani scrittori e studenti di giornalismo, che dovrà selezionare due opere; un'altra a cui chiederemo di co-programmare il prossimo International Dance Day.

Kristof Jonckheere (Buda, Belgio)

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Che cos'è Buda?

Buda è un centro culturale e artistico nato a Kortrijk nel 2006, che comprende un cinema e un grande spazio per le performing arts. Ogni anno ospitiamo fino a 250 artisti e organizziamo tre festival: End of Winter (febbraio), Almost Summer (giugno) e Next (a fine anno). Quest'ultimo è il più grande e internazionale, si sviluppa su 14 città della regione. Il terreno artistico d'azione è quello della danza, del teatro e delle performing arts.

Siete un centro relativamente giovane: avete sperimentato fin da subito modelli audience-oriented?

No, ci siamo arrivati un passo per volta. Quello più importante è stata la nascita del progetto “Companeros”. Molti degli artisti che ospitavamo nelle residenze manifestavano il desiderio di mostrare al pubblico una versione parziale delle proprie opere, per raccogliere qualche feedback. Le prime esperienze sono state un disastro: mostravamo spettacoli in progress, piccole porzioni senza scenografia o illuminazione, il pubblico reagiva molto male. Da lì è venuta fuori l'idea più strutturata che ha portato a “Companeros”. Si basa su una relazione molto schietta con il pubblico. Noi diciamo: se ti interessa l'arte performativa, se vuoi vedere spettacoli in fase di costruzione, ti offriamo l'opportunità di farlo, anche gratuitamente. In cambio però ti chiediamo di collaborare e partecipare in modo costruttivo. Agli artisti, in genere, lasciamo molto tempo a disposizione e chiediamo il tipo di feedback preciso che desiderano ricevere: qualcuno chiede al pubblico di definire con una parola ciò che sta vedendo, qualcun altro di commentare la scenografia, e così via. La forza di “Companeros” deriva anche dalla scelta di adottare il “DAS Feedback”, una metodologia sviluppata all'Università delle Arti di Amsterdam da un filosofo della cultura.

Quali sono le iniziative in cui siete riusciti ad “attivare” meglio il pubblico?

Una delle prime è stata Kortrijk Congé, un festival sperimentale lungo un giorno basato sull'idea di dare più responsabilità al pubblico. Il più efficace è stato quello del 2013, quando abbiamo organizzato il festival come una sorta di «ingorgo stradale». Prima abbiamo chiesto al pubblico di presentarsi in macchina, con almeno quattro persone per ogni automobile. Quindi abbiamo creato un corteo di circa duecento veicoli, dicendo loro di ascoltare le indicazioni che ricevevano sulla stazione radio del festival. Quindi abbiamo simulato un problema meccanico a un camper dell'organizzazione, spiegando che non potevamo andare oltre e che il festival avrebbe dovuto svolgersi in quel punto. Solo che il pubblico avrebbe dovuto aiutarci in tutti gli aspetti logistici: allestire la location, costruire un palco, gestire la ristorazione, eccetera. In realtà, avevamo preparato tutto, il «copione» dell'evento era scritto, ma per il pubblico non era così ed è stato un successo.

Su cosa state lavorando adesso?

Uno dei progetti più interessanti è una performance che si svolge in una piscina, frutto della collaborazione tra due artisti e 57 persone, selezionate tra appassionati di nuoto di tutte le età. Un'idea arrivata al momento giusto, visto che quest'anno Kortrijk è Città Europea dello Sport. Le prove sono in corso e la performance sarà presentata alla vigilia di Natale.

Sonia Sin Villanova (Zaragoza Cultural, Spagna)

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Che cos'è Zaragoza Cultural?

Zaragoza Cultural è l'ente che gestisce gli eventi culturali di Zaragoza. All'inizio ci limitavamo a organizzare iniziative outdoor, come festival musicali e di arte urbana, nei quali abbiamo iniziato a provare alcune tecniche di guerrilla marketing. Dalla fine del 2013 abbiamo preso in gestione l'Auditorio, l'auditorium di musica classica della città, che era a rischio bancarotta. Abbiamo ragionato su nuove strategie per comunicare i suoi eventi e proprio in quel periodo siamo entrati nel progetto Adeste, che ci ha offerto degli stimoli molto forti a cambiare in modo radicale la nostra organizzazione.

Ci sono state delle resistenze?

Eccome, un po' a tutti i livelli: da quelli politici a quelli artistici, senza dimenticare l'aggiornamento delle competenze all'interno di Zaragoza Cultural. La resistenza più tenace è arrivata da Miguel Angel Tapia, il direttore artistico dell'Auditorium. È un grandissimo musicista, molto conosciuto in Spagna, e non capiva perché dovessimo cambiare il modo di lavorare: abbiamo il miglior programma musicale in tutto il paese – mi diceva – perché dobbiamo cambiare? Oggi i suoi video per gli abbonati, in cui presenta gli spettacoli, offre informazioni sull'orchestra e dialoga con il pubblico, sono popolarissimi. Non è ancora d'accordo su tutto ciò che gli propongo, però è diventato il nostro principale influencer. E ormai è lui che viene a chiedermi «Sonia, quando facciamo il prossimo video?».

A cinque anni dai primi lavori con l'Auditorium, i risultati sono positivi?

Molto, anche dal punto di vista quantitativo, che interessa molto agli amministratori. Nel complesso abbiamo quadruplicato il numero di spettatori: sono diminuiti gli abbonamenti, mentre sono cresciuti i biglietti singoli. Il team che lavora a Zaragoza Cultural è cresciuto, abbiamo il nostro hashtag sui social network (#ZGZCultura) e stiamo adottando le stesse tecniche anche per altri progetti della città. Nell'ambito di Adeste+, il nuovo obiettivo sarà applicare il modello dell'Auditorium a Harinera ZGZ, il programma che promuove iniziative culturali legate alle comunità, invitando i cittadini e i quartieri a decidere come spendere il budget e cosa organizzare. Sarà un esperimento di vera e propria co-progettazione culturale.

Quando inizierà?

Ci vorrà ancora qualche mese, prima dobbiamo completare i corsi di aggiornamento delle persone che lavorano a Harinera. Molti di loro non sanno cosa vuol dire Audience Development e devono apprendere le regole, le tecniche e anche gli indicatori che permettono di sviluppare un piano efficace. Il discorso sull'analisi degli spettatori e sulla gestione dei dati è molto importante.

Cosa dicono le analisi sul lavoro svolto all'Auditorium? Siete riusciti a intercettare nuovi pubblici?

Sì, un po' grazie a cicli speciali come i «concerti di famiglia» della domenica mattina, che ci permettono di introdurre la musica classica a nuove generazioni di spettatori, un po' grazie alla collaborazione di artisti che ci danno una mano in progetti sperimentali. Su tutti, il violinista Ara Malikian, che risiede a Zaragoza e con il quale abbiamo organizzato anche dei concerti speciali destinati al pubblico “occasionale”. L'età media ai suoi spettacoli è di trent'anni, molto più bassa rispetto a quella tradizionale della musica classica.

Niels Righolt (CKI – Center for Kunst & Interkultur)

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Che cos'è il CKI e qual è la sua principale missione?

CKI è un'organizzazione non governativa con sede a Copenhagen che si occupa principalmente di Audience Development, Audience Engagement, partecipazione e democrazia della cultura. Il nostro obiettivo è ampliare la partecipazione attiva alle arti. In Danimarca più dell'85% dell'offerta artistica è pagata dai contribuenti, l'investimento privato è relativamente basso. Visto che vengono usati i soldi delle tasse, è logico che si ragioni anche sul farlo in un modo che sia rilevante per il pubblico.

Avete adottato fin da subito modelli di Audience Development e Audience Engagement?

No, inizialmente l'obiettivo prioritario era l'inclusione. Da lì ci siamo avvicinati alle singole comunità, alla loro partecipazione alla cultura, alla riflessione sul significato di «engagement». Abbiamo realizzato i primi progetti e sviluppato le competenze che – progressivamente – ci hanno trasformato in un'organizzazione focalizzata sull'AD.

Qual è la vostra peculiarità rispetto ad altre realtà danesi?

Se si escludono i progetti legati al mondo accademico, siamo probabilmente l'organizzazione che ha seguito più a fondo il tema dell'AD e di sicuro quella che ha portato il discorso a un livello transnazionale. Non siamo molto grandi, ma abbiamo un approccio trasversale e lavoriamo in tutti i settori e con tutti i protagonisti della filiera culturale: dalle arti performative ai musei, dai progetti dei teatri a quelli con le biblioteche e con le orchestre, fino ai rapporti con associazioni di sviluppo urbano e comunitario. Ci stiamo anche specializzando in un aspetto che sta diventando decisivo: facilitare il dialogo tra le varie istituzioni, i policy-maker, i ricercatori e le altre parti coinvolte nei processi culturali. Questo ruolo di «interfaccia» è cruciale nell'attivare qualsiasi cambiamento.

Mi fa un esempio di iniziativa che avete seguito e si è rivelata molto efficace?

Uno dei progetti a cui sono più contento di aver partecipato è «In Copenhagen I Belong», avviato nel 2013 dal Copenhagen Music Theatre. Loro non avevano problemi di pubblico, nel senso che gli spettacoli erano sempre completi, ma si sono resi conto di riuscire a parlare solo a una fascia molto limitata e privilegiata di giovani hipster. Allora hanno deciso di allestire sette camper di artisti, che per sei settimane hanno girato per i vari quartieri della città, incontrando i cittadini, prendendo un caffé con loro e facendosi raccontare le loro storie. Ne hanno raccolte circa 2.000, di cui 400 sono diventate parte del progetto artistico. Quando però si è trattato di decidere cosa farne, sono venuti da noi e abbiamo deciso di rivoluzionare ulteriormente l'idea. Non avremmo rappresentato le storie in un teatro, ma le avremmo «restituite» alla comunità in luoghi simbolici dei vari quartieri: dal piccolo spettacolo sul camper all'allestimento in un cortile. Non solo l'iniziativa ha avuto molto successo, ma ha ispirato i progetti di altri teatri: si è creato un nuovo rapporto con il pubblico e si è sviluppato un linguaggio artistico inedito. Questi meccanismi comunque non devono per forza nascere o essere alimentati dal basso: la Galleria Nazionale di Copenhagen è uno dei maggiori musei della città e i suoi SMK Fridays sono un'ottima idea. Il museo si è posto l'obiettivo di trasformare l'esperienza del pubblico, sviluppando un rapporto che andasse al di là della semplice visita delle sale. Gli SMK Fridays, che sono praticamente una copia del «Late at Tate» della Tate Britain di Londra, prevedono appuntamenti periodici in cui il venerdì sera il museo offre i suoi spazi a un'organizzazione con cui co-progetta eventi speciali. Il partner può essere un'associazione LGBT, un jazz club, un club letterario. Il risultato è stato strepitoso, arrivando a coinvolgere oltre seimila persone a sera.

Qual è il ruolo «politico» dell'Audience Development e qual è la sfida più grande che si trova a fronteggiare?

Nella parte d'Europa che conosco meglio, il nemico da combattere è l'ignoranza. Oggi non esiste più una narrativa comune: le voci si confondono, tutto è frammentato, siamo circondati da una cacofonia di opinioni che alla fine genera ignoranza. In un simile contesto sopravviveranno solo le realtà che avranno il coraggio e la capacità di reinventarsi. La sfida dell'AD è riuscire a contrastare questo fenomeno – che in termini politici si traduce nella diffusione nemmeno troppo mascherata di neo-fascismi – proprio garantendo questa molteplicità di voci, ma coinvolgendole e accettandole nel dibattito. Da questo punto di vista, bisogna essere tutti molto onesti, a cominciare dagli operatori come il sottoscritto che arrivano da un mondo in cui il valore universale dell'arte e della cultura non era definito da una conversazione collettiva, ma dalle decisioni di un curatore. In un'epoca minacciata dal ritorno dell'autoritarismo, solo garantendo l'esistenza di una moltitudine di voci e posizioni diverse che dialogano tra loro si può generare un sistema in grado – allo stesso tempo – di rinfrancare chi vuole certezze e soddisfare chi vuole novità.

Alessandra Gariboldi (Fondazione Fitzcarraldo, capofila del progetto Adeste+)

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Qual è il rapporto tra la Fondazione Fitzcarraldo e i temi dell'Audience Development?

Fondazione Fitzcarraldo ha cominciato a occuparsi di questi temi vent'anni fa, sia in ambito internazionale – in contatto con network europei – che a livello nazionale e locale. All'inizio era complicato parlare di management della cultura, quello delle organizzazioni culturali non era nemmeno considerato un settore. Nel 1999 la Fondazione è stata protagonista di una prima conferenza sul tema dei “nuovi pubblici”, nel 2006 di un'altra in cui si ragionava già espressamente di Audience Development. Eravamo lì quando la parola ha iniziato a essere di moda, contiamo di esserci anche quando consumerà il suo percorso. L'obiettivo non è difendere un termine ma sostenere un intero comparto – dai policy-maker agli artisti – nella ridefinizione dell'idea stessa di cultura. Secondo noi e i nostri compagni di viaggio, ciò può solo avvenire attraverso una rivisitazione radicale dei processi, mettendo al centro l'impatto che si vuole avere sul pubblico. Questo impatto deve avere la stessa rilevanza che hanno l'intenzione artistica, culturale e sociale.

Quali sono le esperienze concrete in cui avete visto i primi effetti – o i primi abbozzi – di una trasformazione dei processi culturali?

Engage Audiences” , lo studio che abbiamo realizzato l'anno scorso per la Commissione Europea, mostra 30 casi molto concreti di organizzazioni che – senza investimenti milionari e senza cercare di fare la rivoluzione, ma semplicemente introiettando un'idea di pubblico diversa – sono riusciti a ridisegnare la propria attività in modo efficace. Se dovessi indicare un progetto in particolare, direi “Creative People and Places” di Arts Council England (leggi l'intervista di Open Magazine al responsabile per l'Audience Engagement Philip Cave): un programma enorme realizzato in Inghilterra, su larga scala, con investimenti enormi e sul lungo periodo. Gli stessi esempi condotti in progetti internazionali come “Connect” e “Adeste” sono la prova che qualcosa sta cambiando, che siamo sulla strada giusta.

L'Italia come si sta muovendo in questo percorso?

Siamo nella media degli altri paesi europei, anche se ci muoviamo a macchia di leopardo a causa dell'assenza di politiche pubbliche culturali. Purtroppo in Italia non c'è una visione condivisa forte e siamo costretti a riempire questo grande vuoto con iniziative singole, sparse, slegate tra loro. Si tratta di azioni di grande qualità – come Open di Compagnia di San Paolo – che tuttavia sono costrette a svilupparsi in solitudine e la cui efficacia, senza una sponda del settore pubblico, rimane limitata. È davvero complicato cercare di far capire che l'Audience Development non è una tecnica, non è marketing, non è vendere contenuti a più persone, ma è l'occasione per ridisegnare la fruizione pubblica della cultura. Molto spesso le idee più interessanti arrivano da organizzazioni giovani, non profit, di piccole dimensioni, che si muovono con grande libertà e altrettanta fragilità. Ogni tanto si verificano allineamenti magici: penso a quello che ha portato Alessandro Bollo, che già parlava di nuovi pubblici in quella famosa conferenza del 1999, alla direzione del Polo del '900. Più che alle eccezioni dovremmo puntare alla norma, ma i cambiamenti nei processi culturali sono sempre lenti: per cui ben vengano le prime se ci permettono di avvicinarci alla seconda.

Quali sono le sfide dell'AD per l'anno che verrà?

A livello micro, dobbiamo riuscire ad aiutare le organizzazioni culturali a essere meno meccanicistiche e più organiche, meno rigide nella suddivisione in compartimenti e più permeabili. Dal punto di vista macro, bisogna portare la cultura fuori dall'angolo, far capire che è necessaria come dimensione infrastrutturale di qualsiasi politica. A queste si aggiunge una terza sfida: la formazione. Se non riusciamo a cambiare la mente delle persone che lavorano nelle organizzazioni, non andremo da nessuna parte. Un progetto come Adeste+ vuole iniziare a sperimentare e valutare novità che ci potranno aiutare a raggiungere questi obiettivi. Stiamo cercando di costruire degli exempla per mostrare che il cambiamento non solo è possibile, ma può e deve anche essere produttivo. Cambiare solo per cambiare non serve a niente, mi ricorda la vignetta in cui ci sono due dinosauri e uno dice all'altro: “Io voto meteorite, perché ci vuole un cambiamento”.